Transizione energetica e tutela del territorio: il modello del Friuli Venezia Giulia
15/04/2026
La discussione sulla transizione energetica in Italia si arricchisce di una posizione netta e articolata proveniente dal Friuli Venezia Giulia, dove l’equilibrio tra sviluppo sostenibile e salvaguardia del territorio si impone come priorità politica. A Trieste, l’assessore regionale alla Difesa dell’ambiente ed energia, Fabio Scoccimarro, ha delineato una linea d’azione che rifugge semplificazioni e punta a una gestione consapevole delle fonti rinnovabili, evitando derive speculative o interventi invasivi.
Una pianificazione energetica radicata nel territorio
Il nodo centrale riguarda la definizione delle aree idonee per l’installazione degli impianti. La normativa nazionale stabilisce criteri generali, ma la Regione, forte delle prerogative garantite dallo statuto speciale, rivendica un ruolo attivo e autonomo nell’individuazione di ulteriori spazi compatibili. Non si tratta di un dettaglio tecnico, bensì di una scelta politica che incide direttamente sulla qualità del paesaggio e sull’economia locale.
L’orientamento espresso esclude approcci automatici o basati esclusivamente su obiettivi quantitativi. La produzione energetica non viene letta come una corsa ai megawatt, bensì come un processo che deve integrarsi con le caratteristiche ambientali, forestali e agricole del territorio. In questa prospettiva, l’installazione indiscriminata di impianti fotovoltaici a terra viene considerata incompatibile con una visione di sviluppo equilibrata.
La revisione della legge regionale 2 del 2025 rappresenta il passaggio operativo più immediato. L’intenzione dichiarata è quella di approvare un nuovo impianto normativo entro l’estate, con l’obiettivo di eliminare ambiguità e prevenire fenomeni speculativi. Un quadro regolatorio chiaro diventa così uno strumento di tutela, oltre che di indirizzo.
Il ruolo dei Comuni e la difesa del paesaggio
Accanto alla dimensione normativa emerge con forza il coinvolgimento delle amministrazioni locali. I Comuni vengono riconosciuti come attori fondamentali nella pianificazione, non meri esecutori di decisioni calate dall’alto. Questa impostazione rafforza il principio di prossimità, affidando ai territori la capacità di individuare le aree realmente vocate e quelle da preservare.
Il paesaggio, in questa visione, non è un elemento accessorio ma una componente identitaria ed economica. La tutela del suolo agricolo, in particolare, assume un valore strategico: preservare la fertilità e la destinazione produttiva delle terre significa proteggere filiere consolidate e comunità che su di esse fondano il proprio equilibrio.
La sfida resta quella di coniugare gli impegni europei di decarbonizzazione con una gestione attenta delle risorse territoriali. La Regione dichiara la propria disponibilità a contribuire agli obiettivi nazionali, ma rivendica la necessità di farlo secondo criteri che garantiscano benefici concreti alle comunità ospitanti. Ogni nuovo impianto viene quindi valutato non solo per la sua capacità produttiva, ma per l’impatto complessivo che genera.
Ne emerge un modello che privilegia qualità e coerenza rispetto alla quantità, in cui la transizione energetica si sviluppa senza sacrificare il patrimonio paesaggistico e agricolo. Un’impostazione che potrebbe rappresentare un riferimento anche per altre realtà chiamate a gestire una trasformazione complessa e spesso controversa.
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