Forum Biometano: dagli scarti agricoli fino a 5,7 miliardi di metri cubi l’anno, la sfida è farlo “bene”
03/03/2026
Il biometano prodotto da scarti e sottoprodotti agricoli può diventare una leva concreta della transizione energetica italiana, a patto che cresca con regole chiare, filiere trasparenti e progetti calibrati sui territori. È la fotografia che Legambiente porta al centro del primo Forum Biometano, presentando a Roma lo studio realizzato con l’Università degli Studi di Padova: una stima di potenziale che, se accompagnata da scelte coerenti, potrebbe portare l’Italia oltre i 5,7 miliardi di metri cubi annui di biometano, in linea con gli obiettivi al 2030 indicati dal PNIEC.
Non si tratta di un esercizio teorico: la ricerca entra nel dettaglio delle matrici disponibili, del peso degli effluenti zootecnici e della logistica degli scarti, ponendo un tema molto pratico, spesso rimosso nel dibattito pubblico. La tecnologia, da sola, non risolve nulla; ciò che fa la differenza è la qualità dei progetti, la compatibilità con il tessuto agricolo, la capacità di garantire benefici ambientali reali e verificabili.
I numeri dello studio: effluenti zootecnici al centro, poi colture erbacee e sottoprodotti
Lo studio, basato su elaborazioni di dati provenienti da fonti come ISTAT, ISPRA ed ENEA, stima una produzione potenziale complessiva di 10,2 miliardi di metri cubi di biogas, riconducibili a 5,7 miliardi di metri cubi di biometano. La componente principale è costituita dagli effluenti zootecnici (circa il 75%), seguiti dagli scarti delle colture erbacee destinabili alla digestione anaerobica (20%), mentre gli scarti della trasformazione industriale di materie prime vegetali pesano per il 5% e i sottoprodotti della macellazione per circa l’1%.
Accanto alla dimensione nazionale, Legambiente mette a fuoco cinque regioni – Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Puglia, Sicilia, Veneto – per leggere da vicino dove la filiera potrebbe crescere con maggiore efficacia. La Lombardia risulta il territorio con il potenziale più alto: circa 1,2 miliardi di metri cubi, trainati dagli effluenti zootecnici (83%) e, a seguire, dagli scarti delle colture erbacee (16%). In Puglia la stima si attesta a 287,9 milioni di metri cubi, con un equilibrio più marcato tra effluenti (50%) e colture erbacee (41%), segnale di una disponibilità di matrici più diversificata e di scelte progettuali che dovranno essere particolarmente attente alla stagionalità e alle filiere locali.
Dalla teoria agli impianti: PNRR, autorizzazioni e rapporto con i territori
Il punto di snodo, oggi, è trasformare la potenzialità in cantieri e impianti operativi senza replicare errori già visti: progetti sovradimensionati, comunicazione insufficiente, conflitti alimentati da opacità o da controlli percepiti come deboli. Legambiente ricorda che, sui cinque bandi del DM 2022, risultano oltre 600 domande in graduatoria; le stime indicano la realizzabilità di oltre 560 progetti per una capacità complessiva attorno a 240–250 mila Smc/h, con più della metà legata alla riconversione di impianti a biogas. La filiera è prevalentemente agricola: oltre il 90% della capacità ammessa deriva da impianti agricoli, mentre la quota legata alla FORSU (10%) resta minoritaria, pur essendo strategica per la gestione dei rifiuti urbani in ottica di economia circolare. Sullo sfondo, un passaggio politico rilevante: la proroga di 24 mesi approvata dal Consiglio dei Ministri il 29 gennaio, che amplia la finestra temporale per non disperdere l’occasione PNRR.
Nel quadro delineato al Forum, il biometano viene indicato come sostituto credibile del gas fossile nei settori difficili da elettrificare – trasporto pesante e alcune attività industriali – ma a condizione di garantire iter autorizzativi più lineari, tempi certi, connessioni di rete adeguate e, soprattutto, un rapporto trasparente con le comunità locali. Proprio qui si innestano le dieci proposte rivolte al Governo: incentivi orientati alle filiere realmente circolari, continuità oltre PNRR, premi a chi riduce le emissioni, partecipazione dei territori, semplificazioni con regole verificabili, investimenti su reti e domanda di biometano, tracciabilità e controlli rafforzati (con GSE e ARERA), riduzione del metano fuggitivo, centralità di agricoltori e territori.
La partita non riguarda solo energia. La digestione anaerobica “dimensionata bene” può alleggerire pressioni ambientali legate alla gestione di reflui e scarti, restituire sostanza organica ai suoli tramite digestato e ridurre l’uso di fertilizzanti chimici; viceversa, un impianto progettato male diventa rapidamente un moltiplicatore di diffidenza. Per questo Legambiente lega lo studio a un lavoro di informazione sul campo, attraverso la campagna “Fattore Biometano”, pensata per smontare falsi miti, discutere criticità vere e riportare la tecnologia dentro un perimetro di controllo pubblico e responsabilità industriale.
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to