Artigianato, dal 7 aprile sanzioni fino a 25mila euro per chi usa impropriamente il termine
03/04/2026
Dal 7 aprile entra in vigore una delle novità più rilevanti introdotte dalla Legge annuale per le Pmi: l’utilizzo dei termini “artigiano”, “artigianale” e “artigianato” sarà consentito esclusivamente alle imprese regolarmente iscritte all’Albo. Per chi non rispetta questa disposizione sono previste sanzioni significative, che possono arrivare fino all’1% del fatturato, con una soglia minima fissata a 25mila euro.
La norma interviene su un ambito da tempo oggetto di contestazioni da parte delle associazioni di categoria, che hanno segnalato un uso sempre più esteso di questi termini a fini promozionali anche da parte di aziende prive dei requisiti previsti. L’obiettivo è introdurre criteri chiari e verificabili, riducendo le ambiguità e rafforzando la tutela sia delle imprese sia dei consumatori.
Una stretta contro l’uso improprio a fini commerciali
Negli ultimi anni, la parola “artigianale” è diventata una leva comunicativa molto utilizzata, comparendo su etichette, insegne e campagne pubblicitarie. In diversi casi, però, il riferimento non corrispondeva a un’effettiva produzione artigiana, ma a processi industriali o a lavorazioni solo marginalmente manuali.
La nuova disciplina mira a porre un limite netto a questa pratica, stabilendo che solo le imprese iscritte all’Albo possano utilizzare tali denominazioni. Un passaggio che introduce una distinzione giuridica precisa tra produzione artigiana e altre forme di attività, con effetti diretti sulla comunicazione commerciale e sulla trasparenza del mercato.
Il sistema sanzionatorio rappresenta uno degli elementi più incisivi della norma: oltre alla soglia minima di 25mila euro, la possibilità di arrivare all’1% del fatturato rende evidente la volontà di scoraggiare comportamenti scorretti attraverso strumenti dissuasivi concreti.
Imprese artigiane e concorrenza: i numeri del fenomeno
Secondo le analisi di Confartigianato, il tema della concorrenza sleale legata all’uso improprio del termine “artigianale” riguarda una quota rilevante del tessuto produttivo. In Friuli Venezia Giulia, il 44,6% delle imprese artigiane opera in settori esposti a questo rischio, per un totale di oltre 12.300 aziende.
Il fenomeno presenta differenze territoriali significative: nella provincia di Trieste la percentuale raggiunge il 57,9%, mentre nel Pordenonese si attesta al 40,7%. I comparti più coinvolti sono quelli in cui il valore percepito dell’artigianalità incide maggiormente sulle scelte dei consumatori, come alimentare, moda, artigianato artistico e tradizionale.
Le conseguenze economiche non sono marginali. Studi territoriali indicano impatti rilevanti in termini di mancati ricavi per le imprese realmente artigiane, dovuti a una concorrenza che si basa su elementi comunicativi non sempre corrispondenti alla realtà produttiva.
Trasparenza per il mercato e tutela del consumatore
La nuova normativa introduce un principio di maggiore chiarezza nel rapporto tra imprese e pubblico. Per i consumatori significa poter contare su una definizione legale più rigorosa di ciò che viene presentato come artigianale, riducendo il rischio di confusione e favorendo scelte più consapevoli.
Per le imprese artigiane, invece, si tratta di un riconoscimento formale del valore del proprio lavoro, fondato su competenze, manualità e identità produttiva. La norma punta a restituire coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene effettivamente realizzato, rafforzando la credibilità del sistema.
L’entrata in vigore delle nuove disposizioni segna un passaggio che incide non solo sul piano normativo, ma anche su quello culturale e commerciale. La distinzione tra artigianato autentico e utilizzo improprio del termine diventa ora un elemento verificabile, con effetti destinati a riflettersi sull’intero mercato.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to